La cabina del telefono......

giovedì 26 novembre 2015




Nell'ombra della sera mi sto inclinando un po' verso il passato che passato non è proprio, è qui, ancora aperto su ieri.
Di cui non ne sento la mancanza, perchè la tecnologia mi ha indirizzato verso qualcosa di incomprensibile, all'inizio, e utilissimo attualmente......

Dal libro "la prima sorsata di Birra" di Delerm "telefonare da una cabina

"All'inizio è solo una serie di costrizioni materiali, sempre un po' imbarazzanti: la pesante porta, ipocrita, che non sappiamo mai se si deve spingere-tirare o tirare-spingere; la scheda telefonica da ritrovare tra i biglietti dell'autobus e la patente - ci saranno ancora scatti? - Poi, lo sguardo fisso sulla scritta, obbedire agli ordini; sganciare....attendere....
Nello spazio chiuso, troppo angusto e già appannato, siamo raccolti, tesi, a disagio. Digitare il numero sui tasti metallici scatena auoni striduli e freddi.

Ci sentiamo presi, nel parallelepipedo rettangolo, più prigionieri che isolati.
Sappiamo che si tratta di un rito iniziatico: occorrono gesti di obbedienza al meccanismo rigido per poter accedere al calore più intimo, più disarmato, della voce umana.

Del resto i suoni progrediscono insensibilmente verso tale miracolo: all'eco glaciale della composizione del numero, segue una specie di canzone ombelicale modulata che ci guida al punto di contatto - finalmente i suoni di chiamata più bassi, come battiti di cuore, e la loro interruzione liberatoria.

In quel momento preciso rialziamo la testa. Le prime parole vengono con deliziosa banalità, con finto distacco:"Sì, sono io...sì, tutto bene....sono accanto al bar, sai, quel bar che conosci...."

Non conta quel che si dice, ma ciò che si sente. E' incredibile quanto la sola voce può dire alla persona amata - della sua tristezza, della sua stanchezza, della sua fragilità, della sua intensità di vivere, della sua gioia. 
Senza i gesti, sparisce il pudore, si instaura la trasparenza. Al di sopra dell'apparecchio telefonico, scioccamente grigio, si affaccia un'altra trasparenza.

All'improvviso vediamo davanti a noi il marciapiede, e l'edicola dei giornale e i ragazzini sui pattini. 
Ha una magica dolcezza questo modo di accogliere di colpo ciò che sta al di là del vetro: come se il paesaggio nascesse con la voce lontana. 
Sale alle labbra un sorriso. La cabina si fa leggera, di solo vetro. 
La voce tanto vicina e tanto lontana ti dice che Milano non è più un esilio, che i piccioni volano sulle panchine, che l'acciaio è sconfitto".

Tutto questo è un brano di quel libro e ce ne sono altri. Scritti con una dolcezza stupenda, per me: leggetelo! Buona serata!