L'Angelo Custode di R. M. Rilke

lunedì 6 aprile 2015



Trascorso il giorno di Pasqua, ecco il lunedì "dell'Angelo"

Di norma, questo giorno, viene chiamato "Il dì di Pasquetta" e sui prati già verdi di tenera erbetta, si stendono tovaglie per ospitare cibarie varie, tra cui non può mancare la "torta pasqualina"!

Nella mia tradizione famigliare, milanese, è la "festa dell'Angelo" e la celebre la Fiera dei fiori e degli uccellini. Poi non so che cosa ci sia ancora! Era una festa in cui il mio papà si sentiva attore principale. Tornava, infatti a casa, con i fiori di cui era innamorato e con qualche (uno al massimo due) cardellini, i suoi preferiti. (la mamma.....borbottava...non condividendo gli acquisti) Per continuare la mia tradizione, no, no, non vado a Milano.....ma posso farvi leggere una poesia di Rilke al suo Angelo custode,



Da che l’Angelo mio più non mi veglia,
può libere spiegar, volando, l’ali;
e fendere il silenzio delle stelle.
Ché le trepide mani egli levare
non deve più su le mie notti sole,
da che l’Angelo mio più non mi veglia

Da che l’Angelo mio più non mi veglia ,
da che lo espulse, dopo l’alba, il giorno,
il nostalgico volto ei spesso inclina
verso la terra; e più non ama il cielo.

Da questa grama realtà vorrebbe
le mie pallide preci ancora addurre
per lo svettante murmure dei boschi
al paese, lassù, dei Cherubini.
Il mio pianto di bimbo, vi recava,
le mie piccole pene e le preghiere.
Crebbero quivi in esili boschetti
che sovra lui sussurrano.

Se nel meriggio della vita, un giorno,
tra ‘l chiasso delle fiere e dei mercati,
avvenga ch’io dimentichi, repente,
il fiorito pallor del mio mattino
( l’Angelo mio custode, pensieroso:
la sua bontà, la tunica di neve,
le sue mani congiunte alla preghiera,
il cenno della destra a benedirmi )
nel più arcano de’ sogni io serberò
l’immagine dell’ali ripiegate,
che a tergo gli svettavano siccome
un gran cipresso bianco.

Le mani sue, rimangono; siccome
rondini cieche, che, dal sole illuse,
( mentre gli stormi trassero pei mari
dove pur sempre aulisce Primavera)
sui rami secchi d’un albero ignudo
lottano contro i soffi del rovajo.

Un pudico rossore le sue guance
invermigliava: come di fanciulla,
che sul bujo dell’anima allo sposo
grevi coltri di porpora distenda.

E avea negli occhi una fulgida vampa,
quasi d’aurora. – Ma su tutto, immense,
svettavan l’ali a navigargli il cielo.

‘ Da che l’Angelo mio più non mi veglia’


In questa lirica Rainer prende commiato dal suo Angelo Custode - Lo dispensa lievemente dal proprio intervento e immagina che Egli si allontani da lui.