Vi auguro di non sentire mai la mancanza del pianto

domenica 6 aprile 2014

 
 
 
 
 
 
Quando ero piccolo non mi piacevano le favole solite; mi annoiavo e me ne andavo via, lasciando il narratore, chiunque fosse, con un palmo di naso. Mi piacevano, invece, le favole paurose, quelle che mi spaventavano. I racconti gotici, per intenderci. Una, in particolare, sicuramente inventata, se non ricordo male, raccontava in mille maniere diverse sempre lo stesso accadimento: una bambina povera, moriva, ma poiché era bellissima, diventava una stella. Di solito me la indicavano pure nel cielo, se era possibile farlo. Quando, dopo le mie petulanti insistenze nel sentirlo, il racconto, che pure conoscevo, si avvicinava all’epilogo, mi mettevo a piangere e mi scagliavo, con tutta la mia rabbiosa debolezza contro chi raccontava, dimentico delle mie insistenti richieste, imputandogli la colpa del mio pianto. Ricordo che piangevo con le lacrime copiose.
Quando iniziò l’addestramento, smisi di piangere. E, da allora, non ho pianto più. Mi manca il pianto, i singhiozzi, ma ormai è tardi per i rimpianti. Mi vennero tolti il nome, il cognome, alcuni suoni familiari come mamma, papà, nonna, nonno e, adesso che ci rifletto, pure il pianto.
Da allora, non piansi più.
Che grande debolezza non piangere! Piange Achille, piange Ettore, piange Ulisse.
Fra un poco dovrò andare a consolare i cani, dovrò calmarli, accarezzarli. Li accompagnerò nella loro zona e starò un po’ con loro. Poi, tornerò a casa e loro mi riaccompagneranno come una scorta, silenziosi e vigili. Mi fermerò sui gradini, seduto accenderò una sigaretta, loro si accucceranno. Infine rincaserò, seguito dai loro sguardi che vegliano la casa ed il mio sonno che arriva sempre tardi.
Non so cosa augurarvi, anzi, no: vi auguro di non sentire mai la mancanza del pianto