leggere i miei pensieri

martedì 18 giugno 2013


Il libro di Susanna Tamaro continua. Un nuovo racconto il terzo: Il bosco in fiamme. Nuove vicende, questa volta parla della gelosia che rode l'anima fino ad uccidere. Un uomo (il geloso e quindi l'assassino) e la moglie. E un monaco che la signora incontra in un monastero e che l'aiuta a apprezzare la vita con i suoi doni, ad aiutarla a sorridere ed ad amare ciò che la circonda, tanto che il marito pensa abbia un amante! Ciò che mi ha coinvolto tanto da trascriverlo per voi, è una lettera che il monaco scrive a Stefano dopo la morte di Anna.

"[...]Ormai sono vecchio. Nella mia vita ho vissuto e visto molte cose, ho avuto diverse visioni del mondo. Col tempo, mi sono accorto che queste visioni, in apparenza fondate e stabili, erano in realtà come gli specchi rifrangenti di un calendoscopio. Ogni volta pensavo: ecco, questo è il mondo. Quanto duravano questi pensieri? Bastava un soffio perché si infrangessero e da quel mondo ne uscisse un altro e poi un altro e un altro ancora.
A un certo punto mi sono ribellato. Tutto questo è follia, ho gridato. E' follia l'esistere. Sono una follia io. E' follia tutto ciò in cui ho creduto. Per anni mi sono inginocchiato davanti al vuoto. Per anni ho parlato del vuoto. Per anni ho cercato di convincere chi mi stava vicino che il vuoto fosse pieno, e che quella pienezza avesse un nome e un senso pieno di venerazione e di rispetto. La mia disperazione era assoluta. Ogni mattina mi alzavo e mi chiedevo, cosa faccio? Continuo a vivere con la mia tonaca come se niente fosse, spargendo menzogne o pongo fine ai miei giorni?
E' stato terribile.
Confessavo le persone, ricevevo le confidenze di anime smarrite, tutti aspettavano da me una via, una certezza, mentre io mi aggiravo nel buio più totale, senza poter confidare il mio smarrimento a nessuno. Giravo il caleidoscopio con rabbia cercando una nuova risposta alle mie domande. E' stato a quel punto che mi è sfuggito di mano, ed è caduto in terra, infrangendosi in mille pezzi.
A un tratto mi sono accorto che tutto quello in cui  avevo creduto fino ad allora non erano state altro che idee, proiezioni delle mie ansie, delle mie paure. Avevo voluto rendere afferrabile ciò che è inafferrabile, avevo voluto limitarlo, dargli un nome, un tempo di svolgimento. Avevo voluto riportare tutto alla limitatezza della mia mente di uomo.
E' stato in quel momento che ho cominciato davvero il mio cammino. Il momento in cui sono rimasto completamente nudo, completamente inerme, completamente senza voce.
Adesso ogni giorno mi alzo e vado alla finestra e so che quella giornata potrebbe essere l'ultima. Non c'è più paura in me, né senso di vuoto, piuttosto la trepidazione un po' adolescenziale di chi attende il primo incontro con l'Innamorato.
Ogni mattina, poco prima dell'alba, mi affaccio alla finestra, guardo fuori e vedo i campi abbandonati e più in là, le sagome scure dei capannoni e delle fabbriche e le luci delle macchine. Sto lì mentre la luce prende il sopravvento sul buio.
E' uno spettacolo che non cessa di stupirmi. C'è delicatezza, in quell'istante, fragilità e anche un'immensa potenza. Allora la macchia scura del campo diventa erba. Vedo gli steli uno vicino all'altro e la rugiada che li copre e gli insetti che si abbeverano alla rugiada.Vedo i passeri che si posano sulle fronde dei cespugli. Sento il loro pigolare scomposto, gioioso, e il pigolare più preciso dei fringuelli e delle cince.
Sento il rumore delle macchine e vedo le persone dentro. Vedo i loro cuori come ho visto la rugiada sugli steli, uno ad uno, le loro storie, le loro ansie, le loro inquietudini. Vedo i loro cuori e quelli delle persone che hanno loro intorno. I bambini che dormono a casa protetti dal tepore delle coperte e le mogli già sveglie e i genitori anziani che hanno trascorso una notte insonne e ora ascoltano la radio. Vedo i cuori e sento i respiri. Sento i respiri di coloro che nascono e di chi se ne va, come un gran concerto suonato dal vento. E' musica di organo oppure di flauto. Sale, discende, sale. Tra cielo e terra è uno scambio continuo.
Ed è per questo che su questo davanzale, punto i gomiti e piango. Piango forse come possono fare i vecchi, sommessamente, in silenzio. Piango perché vedo l'amore. L'Amore che ci precede e l'Amore che ci accoglierà. L'Amore che nonostante tutto, accompagna ogni cammino, anche il più piccolo, anche il più contorto, anche il più ricco di errori. Piango per tutte le finestre che rimangono chiuse e che l'Amore aspetta che si aprano.

E' un po' lungo, ma se siete arrivati in fondo capirete perché l'ho riportato.Un abbraccio.