Rainer Maria Rilke

mercoledì 29 maggio 2013



Uno, Signore, fallo splendido, fallo grande,
crea per la sua vita uno stupendo grembo,
e il suo pudore, innalzalo come una porta
di una bionda foresta di giovani capelli,
e schiera innanzi a lui, ch'è parte dell'indicibile,
la cavalleria, le mille armate,
i mille semi, che tutti si radunano.

E dagli una notte, così che in sé raccolga
ciò che nessun abisso umano mai comprese;
dagli una notte: le cose, tutte, là fioriscano;
più profumate falle dei lillà,
e più ondeggianti delle ali del tuo vento,
ed esultanti più di Josaphat.

E donagli una lunga gravidanza,
e fallo largo in vesti che si estendano;
offrigli la solitudine di un astro;
non lo veda lo stupore di alcun occhio
quando svanendo muterà i suoi tratti.

Con un cibo puro fallo nuovo,
con pietanza immortale o con rugiada,
con la vita - lei che, lieve come una preghiera
o calda come un respiro, sorge libera dai campi.

Fa che nuovamente conosca la sua infanzia -
l'inconsapevole, il mirabile - e dei suoi primi anni colmi di presagio
le infinite saghe, così ricche di tenebra.

E ancora chiamalo, che attenda la sua ora:
l'istante in cui partorirà la morte, sua signora:
sola e frusciante come un giardino grande,
come qualcuno che da lungi a noi si ricongiunga.