La grande aspirazione G. Pascoli

giovedì 5 luglio 2012






"La grande aspirazione"

Un desiderio che non ha parole
v'urge, tra i ceppi della terra nera
e la raggiante libertà del sole.
Voi vi torcete come chi dispera,
alberi schiavi! Dispergendo al cielo
l'ombra de' rami lenta e prigioniera,
e movendo con vane orme lo stelo
dentro la terra, sembra che v'accori
un desiderio senza fine anelo.
- Ali e non rami! piedi e non errori
ciechi di ignave radiche! - poi dite
con improvvisa melodia di fiori.
Lontano io vedo voi chiamar con mite
solco d'odore; vedo voi lontano
cennar con fiamme piccole, infinite.
E l'uomo, alberi, l'uomo, albero strano
che, sì, cammina, altro non può, che vuole;
e schiavi abbiamo, per il sogno vano,
noi nostri fiori, voi vostre parole.


E' il paragone dell'uomo con l'albero. L'albero come un urto di desiderio, senza parole, ed è tale desiderio che sviluppa la fisionomia dell'albero fra i ceppi della terra nera, poichè è legato al suolo, e la raggiante libertà del sole. Pascoli è un fiume di questi preziosi particolari, di queste antitesi delicate: "I ceppi della terra nera/ e la raggiante libertà del sole" già definiscono il destino dell'uomo, essere limitato eppure proteso a uno spazio senza fine. Il paragone dell'albero è certamente suggestivo, ma  esprime un'aspirazione che già Pascoli chiama "vana". Però, ciò che questa poesia comunica è l'irriducibile evidenza: l'uomo è per sua natura aspirazione, è una tensione. Tensione di conoscenza, quindi di felicità. (L. Giussani)