Il Giardino del Profeta di Gibran

giovedì 21 giugno 2012



E il primo giorno della settimana, quando il suono delle campane del tempio cercò le loro orecchie, uno dei discepoli parlò e disse: "Maestro, sentiamo parlare molto di Dio da queste parti. Tu cosa dici di Dio, e chi è Dio in verità?"
Ed egli stette innanzi a loro come un giovane albero che non teme il vento o la tempesta, e rispose dicendo:
"Miei beneamati compagni, ora pensate a un cuore che contiene tutti i vostri cuori, a un amore che comprende tutti i vostri amori, a uno spirito che avvolge tutti i vostri spiriti, a una voce che abbraccia tutte le vostre voci, e a un silenzio più profondo di tutti i vostri silenzi e senza tempo.
"Ora tentate di percepire con tutti voi stessi una bellezza più incantevole di tutte le cose belle, un canto più infinito dei canti del mare e della foresta, una maestà assisa su un trono di fronte a cui Orione non è che uno sgabello, e con in mano uno scettro al cui confronto le Pleiadi non sono che il barlume delle gocce di rugiada.
"Avete sempre e solo cercato cibo e riparo, un abito e un bordone; ora cercate Colui che non è un bersaglio per le vostre frecce nè una grotta di pietra per proteggervi dalle intemperie.
"E se le mie parole sono per voi uno scoglio o un enigma, allora fate in modo che vi si spezzi il cuore, e che il vostro domandare vi conduca all'amore e alla saggezza dell'Altissimo, che gli uomini chiamano Dio."
E ciascuno di loro rimase in silenzio, e c'era il dubbio nei loro cuori; e Almustafà fu mosso a compassione per loro, e li guardò con tenerezza e disse:
"Non parliamo più del Dio Padre. Parliamo piuttosto degli dèi, dei vostri vicini e dei vostri fratelli, degli elementi che si abbattono sulle vostre case e sui campi.
"Potreste innalzarvi con la fantasia fino alle nubi, e considerarle la sommità; potreste varcare il vasto oceano e presumere di aver percorso la distanza. Ma io vi dico che quando seminate un seme nella terra attingete a un'altezza più grande; e quando salutate la beltà dell'aurora indicandola al vostro vicino, varcate un'oceano più vasto.
"Troppo spesso cantate Dio, l'Infinito, e in realtà non udite il vostro canto. Che voi possiate udire il canto degli uccelli e delle foglie che abbandonano il ramo al passaggio del vento, senza dimenticare, amici miei, che esse cantano solo quando si separano dal ramo!
"Io vi esorto ancora a non parlare così liberamente di Dio, che è il vostro Tutto, ma piùttosto a parlarvi e a comprendervi a vicenda, vicino con vicino, dio con dio.
"Perchè chi nutrirà la nidiata se la madre s'invola verso il cielo? E quale anemone del campo potrà mai sbocciare se non sarà sposato da un'ape a un altro anemone?
"E' solo quando siete smarriti nell'angustia di voi stessi che cercate il cielo chiamandolo Dio. Che voi possiate trovare sentieri nella vastità di voi stessi; che possiate essere meno inoperosi e lastricare le vie!
"Miei marinai e amici, sarebbe più saggio parlare meno di Dio, che noi non possiamo comprendere, e parlare più l'uno con l'altro, che possiamo comprendere. Nondimeno, voglio che sappiate che noi siamo il soffio e la fragranza di Dio. Noi siamo Dio, nella foglia, nel fiore, e sovente nel frutto."


Signore Dio, Gibran nella sua prosa-poetica, ha detto che sei il mio Tutto. Domani voglio parlarTi di tante persone che arrivano a sera stanchi e sfiduciati, come Enrico che fa tanti sacrifici, ma che sorride per non farmi preoccupare e che da me aspetta sempre un bacio, una carezza e una preghiera.Buonanotte Signore mio Dio. 



Dolore




In uno degli scritti sacri di Budda (non a caso oggi tornato di moda) vi si trova raccontato questo dialogo tra il maestro e Visakha:
"Come mai sei qui a quest'ora, Visakha, con la veste e i capelli ancora umidi? "La mia cara nipote è morta, per questo sono qui"...
"Visakha, chi ha cento cose che gli stanno a cuore ha cento dolori. Chi ne ha novanta ha novanta dolori. Chi ne ha ottanta, trenta, dieci dolori. Chi ha una sola cosa che gli sta a cuore ha un solo dolore. E chi non ha nulla che gli sta a cuore, costui non patisce nessun dolore. Ed è sereno colui che non patisce dolore nè passione.
I dolori, i lamenti e i patimenti in questo mondo sono innumerevoli a causa di ciò che abbiamo caro: ma se non vi è nulla che ci sia caro, non vi sono dolori. Perciò sono felici e liberi da sofferenza coloro che non hanno nulla di caro al mondo".

Quanto è diverso da questa posizione, che gela l'affettività e censura la natura appassionante del vivere, lo slancio con cui Cristo si ferma dinnanzi alla vedova di Nain e, come racconta Luca, "mosso a compassione verso di lei" le dice: "Non piangere più!" E come è diverso questo uomo-Dio che piange alla notizia della morte dell'amico Lazzaro o che innumerevoli volte si ferma dinnanzi al dolore del cieco, dello storpio o a quello folle dell'indemoniato!
Non un distacco dalla condizione umana, ma una passione commossa dinnanzi alle nostre pene.
Il grido che "risuonerà sempre" dalla croce, come scrive Peguy, infatti non è più il dolore come quello dei due ladroni:... "il ladrone di sinistra e il ladrone di destra/ non sentivano che i chiodi nel cavo della mano". Cristo invece in "tutti i suoi quattro arti/ i suoi quattro poveri arti" sentiva il dolore dato per la salvezza, sentiva "il fianco trafitto./Il cuore trafitto./ E il cuore che gli bruciava./Il cuore consumato d'amore./Il cuore divorato d'amore."
Dentro ai "dolori" che turbano la nostra vita, la nostra quotidianità "...se non per prepararne una più certa e più grande"...troviamo il volto di Cristo che ci prende per mano e ci accompagna ovunque andiamo.