Vegliate di Enzo Bianchi

domenica 27 novembre 2011





Viene da chiedersi a cosa pensi oggi la gente quando usa la parola "Vigilia" di Natale. Quasi sicuramente pensa al giorno prima della festa, niente di più. E tuttavia la parola "vigilia, vigilie" ha una lunga storia, ha conosciuto significati differenti a secondo di come la si vive. Io la vivo, ancora oggi, da cristiano e da monaco: sì, perchè vigilia significa in primo luogo, la veglia nella notte, il montare la guardia, dunque il restare svegli e l'essere vigilanti, preparati, attenti a ciò che può accadere.
Già gli ebrei, vivevano la vigilia in preparazione alle feste, ma è soprattutto con l'Avvento del cristianesimo che si afferma la vigilia contrassegnata dal vegliare nella notte. Nelle comunità cristiane, la domenica (giorno, appunto, del Signore), come testimonia già Plinio, si celebrava ante lucem, "prima del sorgere del sole", cioè nelle ore normalmente dedicate al sonno, una liturgia in cui si cantava a Cristo quasi Deo, "come a un Dio". Queste veglie delle comunità furono ben presto chiamate vigilie.
Nel IV secolo, poi, i monaci, sia in Oriente che in Occidente, scelsero proprio queste ore della notte per vegliare e pregare, in attesa del Signore Gesù Cristo, affermando così la loro fede nella Sua venuta gloriosa, una venuta che va attesa, invocata, accelerata. E i monaci lo fanno ancora oggi: prima dell'alba, quando è ancora buio, nella propria cella con la faccia che a volte cade sul libro santo della Bibbia, oppure cantando insieme i salmi: essi meditano, contemplano, invocano il giorno della venuta del nuovo Sole, della Luce senza tramonto, dello Sposo, del Vincitore della morte. Caratterizzate da canti che diventano particolarmente solenni e gioiosi quando spunta l'alba. La veglia è un'esperienza che si fa con tutto il corpo, non solo con la mente: gli occhi devono restare aperti, il corpo non deve riposare, tutte le membra devono essere in stato di vigilanza...